Roberto Vecchioni. Miti e parole di un lanciatore di coltelli - Ernesto Capasso
C’è modo e modo di scrivere di canzoni: c’è quello pedante/finto-zelante che fruga tra le pulci dell’artista e rimpolpa lo specifico con minuzie inessenziali (ma quanta coca si era tirata Vasco il giorno che (s)cantò a Sanremo?) e c’è quello, invece, sincero/evocativo che non dimentica - vivaddio - che canzone fa rima soprattutto con emozione e da qui muove, pagina dopo pagina (ma quante lacrime e quanti batticuori riesce ancora a strappare "Luci a San Siro", chissà perché).
L’incontro ravvicinato di Ernesto Capasso con Roberto Vecchioni (“Roberto Vecchioni. Miti e parole di un lanciatore di coltelli”, Arcana 2011) è del secondo tipo e dunque non scoraggi la mole del volume, riuscita miscellanea di libere associazioni-suggestioni via Vecchioni com’è sacrosanto e bello che sia.
Lo spunto di partenza di Capasso si riassume in parole povere (di fatto, però, si trattava di una scommessa mica da ridere): seguire il filo rosso degli (infiniti) spunti vecchioniani procedendo per temi: lessico familiare, l’altro se stesso, la signora vestita di nero, il sogno, il tempo, ma cito a saltare e tanto per citare. Vi basti sapere che gli itinerari tematici sono venti in tutto e che - se sono capace ancora a far di conto - le canzoni assemblate e debitamente commentate sono un’ottantina (consentitemi un margine minimo di errore, la colpa è dell’assuefazione alla calcolatrice). Se ci mettete poi l’analisi contenutistica dei romanzi sin qui editati dal Nostro e anche la ridda poderosa di riferimenti cultural/letterari (da Dante a Baricco, da Catullo a Borges, ma anche nella fattispecie enumero giusto qualche esempio), potete farvi un’idea più che esauriente della pasta di cui si compone l’anamnesi trasversale allestita da Capasso.